La dominazione
romana non cambiò la destinazione economica dell'area: gli Etruschi erano
i "fornitori ufficiali" della vicina Roma di olio e di vino,
oltre che degli uomini della burocrazia statale; gli Umbri fornivano le
carni salate, le armi di ferro, le pellicce e ... i migliori soldati delle
legioni romane!
Quindi già al
tempo dell'impero romano, e forse anche prima, l'Umbria era una
regione-giardino, imperniata su un'economia agricola tecnicamente avanzata
e riserva alimentare della vicina Roma, verso cui confluivano convogli di
barche, via Tevere, caricate di derrate alimentari a Perugia - Ponte San
Giovanni, a Torgiano, a Deruta, a Todi ed a Otricoli. E' probabile che
anche la vallata spoletina contribuisse ai commerci via fiume,
trasportando prima sul Clitunno, poi sul Topino, quindi via Chiascio e
infine via Tevere.
Le invasioni
barbariche, così come accadde altrove, distrussero l'economia agraria
della regione. L'Umbria era terra di passaggio per le orde che dal nord si
dirigevano verso Roma, saccheggiando, distruggendo e razziando quanto
trovavano lungo la strada.
Con la
invasione longobarda e la conseguente stabile dominazione durata,
direttamente ed indirettamente, oltre quattro secoli si assistette ad un periodo di ripresa delle colture agricole. Le
guerre erano frequenti, ma vi era una certa ripresa economica e
demografica nella regione. La quale ancora una volta rimase spaccata in
due, come ai tempi degli Etruschi: da un lato, dove prima c'erano gli
Umbri, questa volta si trovava il ducato longobardo di Spoleto;
dall'altro, a Ovest del Tevere, la reggenza bizantina imperniata su
Perugia, che garantiva la sicurezza del corridoio papale tra Roma e
Ravenna, controllando il braccio ovest della vecchia Flaminia romana,
attraverso la dominazione dei terreni e città che lungo di essa si
trovavano: Orte, Terni, Orvieto, Todi, Deruta, Perugia, Umbertide, Città di
Castello, Cesena e su fino in Romagna.
Questa
divisione politico-militare rimarcò ulteriormente le divisioni agricole
ed alimentari della regione: i barbari longobardi, popolazioni nomadi che
non praticavano l'agricoltura, avevano un'alimentazione basata soprattutto
sulla carne, come gli Umbri all'inizio della loro invasione italica. Le
popolazioni da essi sottomesse, invece, come ai tempi dei Romani, si
alimentavano prevalentemente con i cereali e i legumi, spesso sfarinati e
cotti tipo polenta (le famose "sfarrate" sabine, ancora
consumate fino a pochi decenni fa, costituite da farro macinato e cotto in
acqua e condite con olio e una pasta di acciughe - simile al vecchio
"garum" romano); le zone "romano-bizantine", invece,
avevano un'alimentazione più elaborata e completa, basata su cereali,
carne, ortalizie, ecc. In particolare la cucina si distingueva per l'uso
di alcuni ingredienti "orientaleggianti", come le mandorle, non
usate invece nelle zone longobarde. I dolci a base di mandorle
ancora oggi sono
tipici della cucina perugina, ma sono molto più rari nell'Umbria del
sud-est. Dove al contrario resistono abitudini dolciarie quasi tedesche
(di chiara derivazione longobarda), come la rocciata (chiamata a Spoleto
" 'Ntorta", perchè storta, curva), che rassomiglia in modo
straordinario allo strudel.
A sancire
questa divisione culinaria vi è un detto in Umbria: "Dimmi se mangi
le lumache e ti dico di dove sei". La cultura alimentare umbra e
longobarda (basata su una cultura guerriera e di caccia alle spalle) aveva
in grande considerazione la cacciagione (lepri, cinghiali, fagiani,
uccelli in genere) e la raccolta di frutti spontanei dei boschi, come
funghi, tartufi e ... lumache! I perugini sembra non avessero tale
familiarità con le lumache...
La predilezione
per animali di tipo semi selvatico come i maiali selvatici, i piccioni ed i colombacci (di torri piccionaie
è pieno lo spoletino, ma se si ritrovano anche in altre zone di dominazione
papale) sono una delle caratteristiche della cultura culinaria dell'Umbria
del sud-est. Mentre al contrario l'Umbria papalino-bizantina, aveva in
grande considerazione la produzione di vino e di olio. Orvieto, con i suoi
bianchi, si fregiava di servire i vini alla mensa papale.
La fine della
dominazione longobarda e l'entrata dell'intera regione nell'orbita papale
ha appena scalfito le differenze culinarie (e linguistiche!) delle due aree, le quali sono
ben visibili ancora oggi e lo erano ancor più pochi decenni fa. Durante i
secoli grande attenzione è stata data dal papato alle colture dell'olivo,
con editti specifici e addirittura sovvenzionamenti statali per la
sostituzione dei mandorleti, ad esempio, con gli oliveti, specialmente
nella zona di Foligno-Spoleto nel XVII secolo. Pene gravissime, inoltre, erano
applicate a chi tagliava olivi o estirpava viti. Importantissime le opere
di bonifica agraria realizzare dallo Stato Pontificio nella vallata, al
fine di liberare le terre dalle acque stagnanti ancora presenti in diversi
luoghi, che favorivano tra l'altro il diffondersi della malaria. La
bonifica delle vallate permise alle popolazioni collinari di
spostarsi in pianura, dove l'agricoltura dava maggiori frutti e la
vita era facilitata.
Il dominio
papale ebbe anche una importante funzione unificatrice sociale e culturale: le festività religiose organizzarono la vita
degli abitanti dell'Umbria ed anche, conseguentemente, il calendario della
loro alimentazione: l'agnello per Pasqua, le vigilie di magro, l'arrosto
per le feste, i bolliti per il Natale, ecc. Si diede inoltre molta
importanza alla coltivazione dell'olivo ed all'uso alimentare dell'olio di
oliva, cosa che per esempio i Romani non facevano, usando l'olio
prevalentemente per scopi medici e cosmetici.
Ed è proprio
questo "calendario culinario", applicato con ritualità,
disciplina e costanza fino a pochi decenni fa, che noi vorremmo qui
descrivere. Esso ha caratterizzato la vita di questa vallata per secoli e
la stessa attività produttiva era organizzata a tal fine: occorreva
allevare l'agnello perchè serviva per il giorno di Pasqua; occorreva
avere gli attrezzi per la pesca, e bisognava saperli usare, al fine di
procurarsi il pesce per i giorni di vigilia dai numerosi fiumi che
solcavano la valle, ecc.
Nonostante
ciò, già a distanza di pochi chilometri si potevano rilevare differenze
alimentari e tradizioni leggermente diverse, frutto sia della differente
storia, sia della geografia che permetteva economie agricole, di caccia e
raccolta piuttosto diverse. L'interazione tra ambiente e cultura, com'è
ovvio, era fortissimo: un popolo cacciatore e guerriero, come i Longobardi
(che per di più viveva in zone montuose e boscose, ricche di selvaggina),
privilegiavano banchetti a base di cacciagione (cinghiali, lepri, fagiani,
o ... trote!) e solo successivamente introdussero altri alimenti. I
pastoni, o le brodaglie, a base di leguminose o cereali, tipici della
plebe, non erano molto apprezzati dalla classe dominatrice germanica.
Questo modo di mangiare ("I signori mangiano la carne, ed i poveri la
polenta e le zuppe di legumi") sanciva sì una divisione di classe
(non era facile procurarsi la carne), ma anche una divisione culturale
riguardo l'alimentazione.
Al contrario,
dove le colline si facevano meno aspre, l'economia privilegiava
maggiormente l'allevamento e la coltivazione dei campi; l'attività
agricola distruggeva spesso le boscaglie rendendo più difficile la
presenza di animali selvatici di grossa taglia da cacciare. Allora si
ricorreva alla caccia dei piccoli uccelli di passaggio, con reti cosparse
di
vischio, o trappole di varia natura. Il colombaccio era una delle
prede più grandi che si potessero catturare. Ed è diventato uno dei
piatti più ambiti ed importanti della regione, che si offriva agli ospiti
di riguardo. Quando non c'era, lo si sostituiva con i piccioni allevati in
casa.